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COMBIN Nestor (Las Rosas, Argentina 29 dicembre 1940)
Presenze
in granata: 104 - Reti: 31
Un
prodigio di energia, una furia scatenata.
Questo, descritto in poche, ma necessarie, parole, Nestor Combin.
Una storia, quella della sua vita, da romanzo, tipica di quegli
uomini che hanno nel dna del proprio destino il vagabondare
zingaresco, che fanno teatro della loro vita il mondo intero.
Arriva in Italia invocato dai
cugini della Juventus che sperano di trovare in lui, che in Francia
ha letteralmente fatto sfracelli, la panacea per l’attacco. Le
notizie che lo accompagnano da noi sono allarmanti per difese e
portieri: i tifosi lo hanno battezzato “la foudre”, la folgore,
cogliendo con una sola parola la sintesi delle sue più brillanti
qualità calcistiche: la rapidità dello scatto breve e
l’irresistibilità di un tiro secco e prepotente.
Ma l’aria di casa della
“signora” bianconera non gli si addice e poi, a complicare le cose,
ci si mette di mezzo anche un grave infortunio. Come sovente accade
nel calcio, il presunto campione che fallisce diventa un peso morto
di cui è opportuno sbarazzarsi, anche per evitare che agli occhi del
tifoso l’errore di scelta resti per troppo tempo evidente. E allora
che farne? Forse un anno in provincia potrebbe risultare una buona
soluzione. A Varese le cose vanno meglio, tanto che a fine
stagione il Torino di mastro Nereo Rocco e del presidente Orfeo
Pianelli lo convoca in granata.
Un Toro che, grazie a questa
accoppiata vincente, è tornato a risollevare la testa, appesantita
da anni difficili. Un Toro che, poco alla volta si è
riappropriato di quegli attributi tipici che per troppo tempo erano
rimasti chiusi in un cassetto della memoria. Un Toro alla ricerca di
un degno riscatto, di un orgoglio ferito da risanare. Niente di
meglio per questo attaccante così focoso, un atleta tutto energia e
passione. In questo ben lo sorregge quella parte di sangue misto
della calda terra sudamericana. La voglia, quasi fanciullesca, di
giocare, di prendere d’assalto le difese, gli avversari, di
arrembare l’area nemica come un pirata allo sbaraglio, la lama di un
tiro impressionante pronta a scattare in ogni momento, da ogni
posizione.
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E anche una grande voglia di
riscattare insieme tutto il possibile, cacciando un pallone di cuoio
dentro una porta e far impazzire le folle. Un bagaglio di
qualità, di sentimenti, di moti dell’animo che sembra combaciare
quasi alla perfezione con le aspettative dei sostenitori del Torino,
coincidere, come sovrapponendosi, a quella matrice picaresca e
volitiva, sagace e mai doma, del “granatismo”. È per questo che
al Torino gli vogliono subito bene, sia i compagni di squadra, che
hanno in Giorgio Ferrini un capitano indomito; sia i tifosi
che riempiono con sempre maggiore piacere la scalee dello stadio
Comunale.
I compagni amano Combin
perché, malgrado il viso a volte truce, malgrado un’apparente scorza
da superman, è invece un uomo buono, un po’ folle anche nella
vita come nel campo per gli slanci di improvvisa generosità.
I tifosi perché dicono sin da subito che è proprio uno da Toro, nel
modo in cui affronta, spavaldo le difese, senza timori, per la
spinta mai trattenuta, lo sforzo mai centellinato, che lo conduce
sempre a dare il massimo in ogni incontro.
La maglia granata di
Combin che esce dal campo è sempre intrisa di sudore, gocciola
energie spese e a volte anche sangue da ferite da combattimento.
La folgore sfonda nel Toro.
Ci sono momenti in cui il suo modo di giocare è proprio così:
folgorante. Lo scatto rabbioso, la progressione in corsa, la
palla al piede, e infine il tiro imperioso, degna sintesi finale di
quanto costruito prima. A ben guardare, una sorta di argentino
“traditore” perché amante e padrone di un gioco scabro, liscio,
senza quegli orpelli, quelle fantasie a volte barocche, sovente
tipiche del calcio di quel suo paese. E così, ben amalgamato
nell’undici granata, Combin segna parecchio, a volte si concede
marcature plurime, doppiette e triplette.
A questo proposito, è
indimenticabile il tris di reti che rifila alla Juventus la domenica
successiva la tragica morte di Gigi Meroni, un amico caro, fraterno.
Quel 22 ottobre 1967 Combin, pur nella concitazione di un
angoscioso sentimento, è glaciale, chirurgico, non concede nulla
all’inutile. Trafigge la difesa juventina e il malcapitato
portiere Colombo, con una tripletta che dedica, in un parossismo di
emozioni, al compagno che lo ha appena lasciato.
Una partita unica, la sua,
che resta nel ricordo con lo sfolgorio di un brillante. Regalo
migliore la squadra e lui non potevano accordare al loro amico Gigi.
Tre stagioni rampanti in granata e poi tanta gloria (ma anche
qualche guaio) al Milan, per cogliere quelle soddisfazioni che uno
come lui, da uomo e calciatore, strameritava.
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2009
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Il libro è arricchito dal racconto di Gian Paolo Ormezzano,
già allievo di Carlin, con il Patrocinio della Città di
Cuorgnè (TO) / Pinacoteca Carlin.
Giorno per
giorno, riporta notizie e commenti inediti:
fatti, partite, persone, nascite,
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Bergoglio,
Direttore di Tuttosport alla morte di Casalbore
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